Nei momenti difficili allontanarsi dalla folla e cercare rifugio e pace nella natura. Serve a rimettere in ordine i pensieri, a respirare, a rimanere in silenzio con il proprio sentire e con lo spazio intorno a noi.

Lo sguardo al passato…

Durante la mia infanzia, ho avuto modo di ascoltare le storie dei nonni, erano storie di scarsità, di impegno quotidiano, di “miracolo economico”.  Il miracolo delle massaie del tempo  per sfamare famiglie spesso numerose, in un territorio generoso, ma ostico e problematico per la mancanza di strutture e tecnologi. Queste ultime arriveranno solo nella seconda metà del novecento e contribuiranno ad un discreto benessere. Mentre camminavo riflettevo che queste storie sono perse nel passato, potrebbero essere un  buon insegnamento in questi giorni. Si sta creando il panico tra una popolazione mediamente benestante, abituata a controllare e decidere in ogni istante, quasi senza condizionamenti esterni. L’idea che per qualche giorno, sia necessario modificare il proprio stile di vita, con qualche rinuncia, a vantaggio della collettività e delle strutture sanitarie che tutelano la salute di tutti, ha scatenato il delirio della privazione.

… e la connessione con il presente

Così, ho chiuso la porta di casa alle mie spalle e, come spesso faccio nel fine settimana, ho intrapreso una camminata in campagna, tra le coltivazioni: un ottimo esercizio enoturistico di osservazione della natura tra una stagione e l’altra. Diventare slow per qualche ora, è una pratica che consiglio a chiunque. Anche a chi non ha il privilegio come me, di camminare tra i vigneti in riva al Lago di Garda. La lentezza serve a riappropriarsi di sé stessi e della propria relazione con il pianeta, del senso profondo del tempo, dello spazio e del limite, umano soprattutto.  Sul mio sentiero, a quel punto è apparso un vigneto nuovo, talmente nuovo che l’unica parte, immediatamente riconoscibile sono i pali di sostegno alle piante che arriveranno.

Una volta vicina al nuovo impianto, a pochi centimetri da terra, è apparso quello che in italiano chiamiamo “piede franco” ovvero la parte di pianta dalle vite che rimane sotto terra, la radice. Quella che resiste nei decenni e sulla quale viene innestata la pianta della Vitis Vinifera che produce i frutti. Sembrava un messaggio chiaro ed immediato per riportare alla memoria e all’evidenza di coloro che il vino lo conoscono solo in bottiglia,  le peripezie che umani e piante hanno sopportato nei secoli. La conoscenza e  il  ricordo ci vengono in aiuto, se non pretendiamo sempre soluzioni immediate.

Un problema di globalizzazione…

E’ un racconto affascinante.  Uno sforzo immane per tutti coloro che in Europa per diversi decenni, lavoravano come matti per coltivare la vite e se la trovavano completamente divorata alla radice. La storia è nota a chi si occupa di vino. E’ una storia di globalizzazione e di “innesti” in tutti i sensi. E’ la storia che ha decretato la fine del Medio Evo ed ha ufficialmente iniziato l’era moderna.  Pensare che la scoperta dell’America non producesse anche conseguenze complicate è irrealistico, ma “col senno di poi” prevalgono i bilanci positivi e si dimenticano le conseguenze nefaste.

La storia insegna che ogni apertura di nuovi spazi, ha portato con sé fenomeni di squilibrio. Stermini di popolazioni, tratta di schiavi e anche trasferimenti di parassiti da un continente all’altro. Alla fine del 1500, il mondo diventò più piccolo. Il Mediterraneo perse la sua centralità in Europa, i paesi affacciati all’Atlantico occuparono militarmente i nuovi territori. Alcune culture sovrastarono le originarie e gli scambi con i  nuovi territori colonizzati diventarono sempre più frequenti fino ad esportare nel Vecchio Mondo un certo caos. Insieme a tante piante “esotiche” come patate, pomodori e cacao,arrivò anche il famigerato parassita, divoratore di radici di Vitis Vinifera: la fillossera. In pratica,  gli orti si riempivano di nuovi vegetali, mai visti prima, ma importantissimi per alimentare popolazioni affamate. Allo stesso  tempo, le cantine si svuotavano della bevanda nazionale a causa dell’odioso insetto che si nutriva delle radici causando la moria delle piante.

… brillantemente risolto dall’uomo

E’ stato grazie all’osservazione e alla caparbietà di ricercatori, contadini, scienziati, enologi, se la determinazione umana ha avuto la meglio. Fu adottata la soluzione che tuttora, ci permette di produrre vini eccellenti in Europa e di esportarli in tutti i paesi del mondo. Autentiche perle della tradizione secolare, dell’inventiva italiana e della custodia di così tanti vitigni autoctoni da fare invidia al mondo intero. Che non riesce neppure a collocarli sulla mappa. Dopo decenni di tentativi, fallimenti e vigneti devastati dal feroce predatore, il colpo di genio. Se il parassita non divora la radice americana, allora piantiamo nel suolo solo radici di vite americana e ci innestiamo sopra i vitigni europei. Voilà! Come non averci pensato prima? Da allora, si convive tutti allegramente in pacifica quiete: il parassita americano, il portainnesto americano, la Vitis Vinifera europea, che nel frattempo è stata esportata in America e nel resto dell mondo, e innestata a sua volta. Viticoltori del vecchio e nuovo mondo, tutti con radici (tecnicamente: portainnesto) americane e frutti europei.  Non è forse un meraviglioso esempio di integrazione globale?

Il lieto fine

Finirà così anche con il virus Corona? Certamente, e della follia di questi giorni rimarrà il ricordo, si scoprirà il vaccino contro il virus e il Corona andrà a riempire il catalogo dei virus non letali, ma altamente contagiosi a cui sarà stato trovato l’opportuno rimedio. E l’umanità in balìa per qualche giorno, delle limitazioni causate non dal virus, ma dalla poca flessibilità di alcuni presuntuosi, tornerà alle proprie preoccupazioni di sempre, dimenticando – ancora una volta – che non si può controllare tutto, bensì è opportuno diventare flessibili e imparare a convivere con nuovi “ospiti”.